Surfare indossando petrolio? No grazie. Facciamo un viaggio alla scoperta dei materiali ecosostenibili insieme ai principali attori del cambiamento, Patagonia e Matuse.

Surfare a impatto zero

Negli ultimi anni, parallelamente all’evoluzione nella ricerca di materiali sostenibili per realizzare gli “abiti” dei surfisti, è cresciuta e si è diffusa anche la coscienza dei surfers stessi verso scelte che, se effettuate in massa, possono portare a un reale cambiamento.

In fondo, chi più di noi amanti del mare e delle onde dovrebbe dare il buon esempio, lasciando un’impronta positiva per l’ambiente?

È forse questo il motivo che ha spinto le aziende più attente a voltare pagina, investendo verso la ricerca di materiali nuovi e non derivanti dal petrolio come le mute, o verso tecniche di costruzione delle tavole a impatto zero (o quasi), o ancora verso l’alternativa ai classici imballaggi plastici e accessori poco ecologici. Come sappiamo bene, non manca molto per arrivare a contare più plastica che pesci nel nostro amato mare…

I pionieri dell’ecosostenibilità: Patagonia e Matuse

Tra le prime aziende pronte a spingere l’acceleratore verso questa direzione troviamo Patagonia e Matuse.

Patagonia, da sempre pronta a veicolare un messaggio ecologico in tutti i campi con focus sull’abbigliamento tecnico outdoor, nel 2016 ha lanciato un nuovo materiale chiamato Yulex, le cui mute sono le prime al mondo ad essere realizzate in gomma certificata FSC, una gomma naturale derivata dagli alberi di foreste controllate e completamente priva di neoprene.

Ma dopo un lancio massiccio il prodotto è caduto un po’ in ombra, forse perché a livello tecnico e soprattutto di durata necessita ancora di qualche piccola revisione.

Radici più profonde e promozione organica riguardano invece i prodotti della linea Matuse, azienda californiana fondata da John V. Campbell nel 2006 e nata con lo stesso obiettivo, quello di cambiare l’industria del surf, ma focalizzata in questo caso 100% sulla seconda pelle del surfista, le mute.

La sua storia comincia da una startup di San Diego che ha concentrato tutte le sue risorse verso la ricerca di materiali ecologici alternativi, con l’obiettivo di ridefinire il concetto stesso di neoprene partendo proprio dalla materia prima.

Addio dunque al petrolio per lasciar spazio alla gomma di tipo minerale, dalla quale prende il nome l’innovativo materiale elastico utilizzato, il Geoprene.

Se da un lato Yulex e Geoprene si differenziano dalla massa per la loro impronta green, dall’altro differiscono in modo sostanziale anche tra di loro: la prima è una gomma di tipo vegetale mentre la seconda è di tipo minerale.

Confrontando in modo attento le due mute ecologiche balzano all’occhio numerosi vantaggi con Matuse, che la rendono unica non solo se confrontata allo Yulex ma anche rispetto ai più noti brand di mute realizzate col classico neoprene, ossia quello derivato direttamente dal petrolio.

I vantaggi di una muta Matuse in Geoprene

Vediamo insieme i principali vantaggi del Geoprene VS Neoprene:

  • Il Geoprene viene ottenuto da una roccia vulcanica chiamata limestone, rispetto al neoprene sintetico risulta molto più impermeabile grazie alla differente struttura molecolare (impermeabile al 98% contro il 65%-69% delle mute in Neoprene);
  • L’impermeabilità al 98% rende il Geoprene, a parità di spessore, molto più caldo e leggero di una muta standard in Neoprene (immaginate ad esempio anche la più leggera flashbomb, in acqua sarà sempre e comunque più pesante impregnandosi con l’acqua);
  • ll Geoprene dura molto di più del classico Neoprene sintetico, questo grazie al tipo di scelta e lavorazione della materia prima, il limestone;
  • In ultimo, ma non per importanza, la maggiore durata unita alla materia prima non derivata dal petrolio rende il Geoprene ecologico e sostenibile.

I test sul campo

Tante proprietà in un unico prodotto, ma alla fine il nostro scettiscismo ci ha spinti ad informarci di più e testare il prodotto.

L’avevamo già visto nel film “Bella vita” (di Jason Baffa, 2013), in cui i due protagonisti Chris Del Moro e Dave Rastovich indossavano Matuse per surfare le onde del Mediterraneo; poi più recentemente il test estremo nelle gelide acque del circolo polare artico in “Under an Arctic Sky” (di Chris Burkard, 2017), in cui i protagonisti surfano sotto l’aurora boreale con una Matuse TUMO 5/4 hooded.

Ma questo non basta e così abbiamo provato Matuse nelle freddissime acque dell’alto Adriatico in pieno inverno (parliamo di temperature dell’acqua intorno 6°C e dell’aria a 3°C con notevole windchill, ossia il raffreddamento da vento).

Che dire, il prodotto ha mantenuto davvero le aspettative e la muta da surf Matuse si è dimostrata anche estremamente veloce ad asciugarsi, in effetti contiene meno acqua che scivola via in fretta.
Considerazioni sul prezzo

Prima di concludere questo viaggio arriviamo alla nota dolente, il prezzo, che però merita una riflessione che va oltre al primo impatto.

Ad esempio, il modello Dante 4/3 costa 310 euro, se confrontato ad altri brand non è poco.

Ma facciamo un ragionamento: se una Matuse durasse almeno il doppio di una muta in neoprene sintetico? In questo caso risparmieremmo la metà…e stando ai test di prodotto effettuati in passato, la durata del geoprene è garantita molto più del doppio. A voi la scelta!

E le ultime news parlano del lancio, a breve, della nuova versione 2018 del Geoprene, il Geoflex, una gomma sempre “limestone based”, ma ancor più elastica.

Non indossare petrolio: riduci il tuo impatto ambientale senza rinunciare alla qualità!

Michele Cicoria

Recent Posts

Leave a Comment